Via del Romanico

Montiglio Monferrato

chiesa di san lorenzo

La chiesa dista dall’abitato circa mezzo chilometro, è collocata su un promontorio collinare che si allunga ad est verso la valle del torrente Versa e attualmente risulta parzialmente inglobata nel cimitero del paese.

In origine era la chiesa del villaggio di Montiglio, già punto di transito della strada romana che collegava Asti con il Po e Industria (Monteu da Po), tanto importante che nel XII secolo il colle soprastante venne scelto, dai signori locali legati al marchese di Monferrato, per l’edificazione di un poderoso castello, e da essere sede di una delle 12 pievi medievali ultra Padum dipendenti dalla Diocesi di Vercelli, nei cui elenchi San Lorenzo risulta citata già alla metà del X secolo. Della prima chiesa non abbiamo descrizioni, quanto resta oggi fu riedificato, secondo quanto attribuito dagli storici, tra l’XI e il XII secolo. Alla metà del Trecento la pieve era a capo di ben dieci chiese dei paesi vicini, dalle quali riceveva le decime che erano distribuite per un quarto ai poveri, un quarto alla diocesi, un quarto alla chiesa e un quarto al sacerdote titolare. Tra il XII secolo e gli inizi del XIV furono le guerre con Asti, tra cui le distruzioni del 1305 allorchè un esercito di guelfi astigiani incendiò Montiglio, a sollecitare l’accentramento a scopo difensivo dell’abitato intorno al castello e a decretare l’abbandono del sito di San Lorenzo. Tra la fine del Quattrocento e la fine del Cinquecento la pieve passò dalla diocesi di Vercelli a quella di Casale, di nuova istituzione (1474) e, soprattutto, perse il titolo di pieve e di chiesa parrocchiale. Siamo alla definitiva decadenza: nel 1577 è chiesa cimiteriale e il vescovo ordina la costruzione della nuova parrocchiale, più ampia dell’antica, ai piedi del castello.

Della grande chiesa dell’XI secolo a tre navate concluse da absidi semicircolari, connotata dai caratteri specifici del romanico del Monferrato, è conservato un disegno anteriore al 1783, dove è raffigurata la pianta. Purtroppo nel 1778, a causa delle cattive condizioni di conservazione, iniziò un percorso di grandi trasformazioni: le due navate laterali vennero smontate e ricostruite in forma di cappelle, con dimensioni decisamente ridotte rispetto all’originario; furono eliminate le absidi laterali e costruito uno pseudo-transetto con i blocchi lapidei romanici di risulta. La facciata venne rifatta due volte, la prima all’inizio dell’Ottocento in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Bossi, quindi demolita e ricostruita nel 1955 nella forma attuale, a salienti interrotti. Probabilmente dell’edificio originario si conservano unicamente la base dell’abside, l’arco di trionfo, la navata centrale con i pilastri cruciformi, gli splendidi capitelli e il cleristorio. Il resto venne rimontato nell’assetto attuale, con alcune ingenuità facilmente individuabili: i giunti larghi e spesso storti, mattoni di epoche diverse assemblati approssimativamente, ecc… Ciò malgrado San Lorenzo di Montiglio è una delle pagine più significative del romanico del Monferrato: il corpus di sculture dagli splendidi capitelli alle cornici del cleristorio, dalle mensole dell’abside alle ghiere delle monofore, nella loro varietà di motivi decorativi, di “convenzioni simboliche”, di forme di rappresentazione raggiungono qualità elevatissime. I capitelli, purtroppo parzialmente inglobati nella muratura delle cappelle laterali, sono scolpiti con temi ricorrenti in epoca medievale: l’aquila (l’inarrivabilità di Dio) la sirena a coda doppia (monito alla tentazione femminile), fogliami e racemi con grappoli (la vite simbolo della vita cristiana),  l’agnus dei, le facce mostruose degli pseudo demoni, da cui emerge tutta l’importanza delle immagini nei processi comunicativi del medioevo nei confronti di una popolazione analfabeta e spesso non battezzata.

Anche nelle decorazioni esterne vi è una grande la ricchezza: in corrispondenza dell’abside mensole di pietra a copeaux, a conchiglie, in forma di facce, sorreggono il coronamento con cornici e decorazione a billettes; il lato sud del cleristorio è impreziosito dalla sottolineatura del cornicione mediante archetti intrecciati e conci lapidei scolpiti a vimini, racemi e fogliami, dove è impressionante la varietà dei temi decorativi realizzati per arricchire le mensole lapidee: nodi di Salomone, palmette, cornucopie, ogni sorta di motivo vegetale, forse evocazione di quel paradiso a cui tendeva il cammino terreno del devoto medievale?

Bibliografia&Sitografia

PITTARELLO L. (a cura di), Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, Torino -Asti, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici

del Piemonte – Provincia di Asti, 1984 (ed. 1998), pp. 134-139.

BATTISTONI M.,  LOMBARDINI S., TORRE A., a cura di, Comune di Montiglio, Schede storiche-territoriali dei comuni del Piemonte, s.d.

GALVAN C., Chiesa di San Lorenzo Montiglio, in a cura di, Osservatorio del Paesaggio, “Il paesaggio del romanico astigiano”, CRASTI, 2006, pp. 162-167.

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Chiesa di sant'Emiliano

La presenza di una seconda chiesa romanica nell’ex territorio comunale di Scandeluzza, a brevissima distanza da San Sebastiano e Fabiano, due chilometri circa, ci porta ad immaginare un panorama medievale punteggiato di villaggi con ognuno una chiesetta in mattoni ed arenaria, ma Sant’Emiliano è un’eccezione, si tratta infatti di una fondazione religiosa dell’ordine gerosolimitano.

Nel più antico estimo delle chiese vercellesi, risalente al 1298 è menzionata anche una capella sancti Emiliani ordinis hospitaliorum, mentre i registri di decime del 1348 e del 1358 elencano la domus sancti Emiliani de Villa ordinis hospitalariomm sancti Iohannis Ierosolimitani, una casa ospitaliera dipendente dall’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Già da tempo retta da un precettore, come si deduce da un documento del 1302 relativo a un capitolo generale del priorato gerosolimitano di Lombardia, tenutosi ad Asti in quell’anno, a cui intervenne, tra gli altri precettori, il prete fra Guglielmo di Sant’Emiliano (frater presbiter Guillelmus preceptor sancti Miliani). Molto più tardi, nel 1564-1566, la cappella, con tutti i suoi beni fondiari, è ricordata non più come precettoria, bensì come semplice dipendenza della commenda gerosolimitana di San Martino di Buttigliera d’Asti. Durante la prima metà del secolo XVII veniva tuttavia citata come chiesa “campestre”, sotto la nuova titolatura di Madonna dei Campi. La cappella rimase dell’Ordine fino al 1799, quando questo fu soppresso in Piemonte e negli altri stati sabaudi. A quell’epoca Sant’Emiliano possedeva circa 51 giornate di terra nel territorio di Scandeluzza e circa 27 giornate a Villadeati.

La chiesa si trova a nord dell’abitato di Scandeluzza, su una collina parallela a quella dell’antico e scomparso villaggio di Caxia su cui sorge San Sebastiano e Fabiano, al centro di una zona boschiva di proprietà privata.

L’edificio pervenutoci è il frutto di molte trasformazioni: a navata unica, orientato est-ovest, con un piccolo corpo di fabbrica addossato a sud, conserva dei caratteri originari, ma forse è già una seconda costruzione, solo l’abside; l’aula, il portico e la facciata sono stati rifatti nel corso dei secoli, reimpiegando sporadicamente conci lapidei scolpiti romanici recuperati dall’edificio più antico, come emerge dall’analisi della tessitura muraria delle strutture in elevato. Parte dei fianchi e la facciata, articolata in un elegante portico, furono probabilmente ricostruiti nel 1874, ultima data certa di interventi di restauro dell’edificio.

Bibliografia&Sitografia

PITTARELLO L. (a cura di), Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, Torino -Asti, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Piemonte – Provincia di Asti, 1984 (ed. 1998), pp. XX, XLI, 175-179.

BATTISTONI M., LOMBARDINI S., TORRE A., a cura di, Comune di Montiglio, Schede storiche-territoriali dei comuni del Piemonte, s.d.

GALVAN C., Chiesa di Sant’Emiliano Scandeluzza, in a cura di, Osservatorio del Paesaggio, “Il paesaggio del romanico astigiano”, CRASTI, 2006, pp. 184-187.

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Chiesa dei santi sebastiano e fabiano

La chiesa dei SS. Sebastiano e Fabiano de Caxia, è la testimonianza materiale del classico esempio di processo insediativo medievale di trasferimento dei villaggi.  Infatti nel 1304 grazie a una “convenzione” stipulata dal marchese di Monferrato e dai signori del luogo, i Cocconito di Montiglio, fu stabilito che “tutti gli uomini” del luogo di Caxium, l’antico abitato che sorgeva nelle vicinanze dell’attuale cimitero di Scandeluzza, dovessero trasferire le proprie abitazioni nei pressi di una nuova fortezza, (fortalicia bona et fortis) eretta attorno alla chiesa di Santa Maria di Scandeluzza, la cui giurisdizione sarebbe stata ripartita tra i signori e il marchese. Gli abitanti obbedirono e del villaggio de Caxia rimase unicamente la chiesa di SS. Sebastiano e Fabiano e la terra consacrata intorno ad essa, utilizzata poi nei secoli, per la sepoltura dei defunti. In realtà la prima attestazione della chiesa de Caxia sarebbe ascrivibile al 1298, sia pur con la titolatura a Santo Stefano, allorchè compariva nel registro delle chiese della diocesi di Vercelli, poco dopo nel 1348 è citata con la titolatura di San Sebastiano de Caxio, come facente capo alla pieve di San Lorenzo di Montiglio. La chiesa dei SS. Sebastiano e Fabiano era quindi già presente nel XIII secolo come del resto testimoniano i numerosissimi conci lapidei inglobati nelle sue strutture quattrocentesche, ma risalenti ad un edificio precedente coevo alle chiese romaniche del Monferrato, attestate nei secoli XI e XII.

L’edificio attuale è orientato, ad aula, con abside semicircolare arricchita da una bellissima doppia cornice sottogronda di archetti pensili fittili, su mensoline sagomate, e coronamento di conci lapidei di recupero scolpiti a girali, sul lato una apertura ad arco acuto poi murata le donano un aspetto goticheggiante. Infatti all’interno una iscrizione rammenta la riedificazione quattrocentesca e la successiva consacrazione avvenuta nel maggio del 1429, a tale epoca sono ascrivibili gli affreschi che insistono all’interno, in corrispondenza dell’abside, e raffiguranti San Sebastiano e il Cristo Pantocrator tra i simboli dei quattro Evangelisti. Nel 1817 era ancora leggibile, ma attualmente è scomparsa, la firma “de Pillis” dell’autore, si tratta dello stesso maestro che si adoprò a San Pietro del vicino comune di  Portacomaro, a Viatosto e nella cappella dell’arcangelo Michele a San Secondo in Asti. Nei secoli l’edifico decadde tanto che nel 1584 il visitatore apostolico monsignor Carlo Montiglio ordina che si disboschi il cimitero e che si rifaccia il pavimento.

Intorno al 1870 l’architetto conte Edoardo Arborio Mella realizzò un’imponente opera di restauro sull’intero edificio, con la totale ricostruzione della facciata in forme neoromaniche. L’intervento riguardò anche gli affreschi interni quattrocenteschi, che vennero coperti dalle pitture di un certo Cesare Pifferi; i quali solo nel 1991 (contributo Ministero Beni Culturali), vennero liberati dalle pesanti ridipinture ottocentesche.

Bibliografia&Sitografia

PITTARELLO L. (a cura di), Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, Torino -Asti, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Piemonte – Provincia di Asti, 1984 (ed. 1998), pp. XX, XLI, 169-174.

BATTISTONI M.,  LOMBARDINI S., TORRE A., a cura di, Comune di Montiglio, Schede storiche-territoriali dei comuni del Piemonte, s.d.

GALVAN C., Chiesa dei S.S. Sebastiano e Fabiano Scandeluzza, in a cura di, Osservatorio del Paesaggio, “Il paesaggio del romanico astigiano”, CRASTI, 2006, pp. 188-189.

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Informazioni

Sito del comune:

www.comune.montigliomonferrato.at.it