Via del Romanico

Montechiaro d’Asti

chiesa di san nazario e celso

Nei palazzi e nelle torri dell’Asti medievale si incontrano spesso motivi decorativi cromatici, resi dall’alternanza di mattoni e dei conci di arenaria, utilizzati di frequente nella decorazione delle chiese romaniche delle campagne circostanti. L’edificio in cui tale valenza architettonica diventa eclatante è San Nazario e Celso a Montechiaro, che con il suo campanile raggiunge dei livelli raffinatissimi sia nella composizione dei motivi decorativi sia nell’insieme figurativo-geometrico delle sculture.

La chiesa di San Nazario dipese fin dall’origine, attribuita alla seconda metà dell’XI secolo, dall’abbazia benedettina della Torre Rossa di Asti, che a sua volta era soggetta all’abbazia madre di San Benigno di Fruttuaria, posta a nord-ovest di Chivasso e considerata una delle più potenti fondazioni monastiche del Piemonte. Il legame con la grande abbazia era tale che nel 1203 un priore di San Nazarii de Mairana partecipa al capitolo abbaziale di Fruttuaria. Originariamente era infatti, la chiesa del villaggio di Mayranum, poi scomparso a causa dal riordino politico operato nel Duecento dal comune di Asti con la creazione di un ordinato scacchiere di villenove che raccoglievano gli abitanti degli antichi villaggi e che localmente si materializzò nella costruzione della “villa nuova” di Montechiaro. Il nuovo centro fortificato dislocato sull’elevata dorsale collinare immediatamente a sud di San Nazario lasciò chiesa e campanile ergersi solitari su poggio a mezza costa, in una posizione caratteristica degli insediamenti dell’anno Mille.

Le visite pastorali della fine del Cinquecento descrivono la chiesa in pessimo stato di conservazione, il degrado nei secoli progredì tanto che nel 1845 il vescovo Artico ordinò di celebrare la messa per il santo patrono all’aperto, per il pericolo di crollo. Negli anni 1847-1849 vennero svolti cospicui interventi di restauro e gran parte dell’edificio: l’abside e i fianchi nord e  sud vennero smontati e rimontati,  riducendone alquanto le dimensioni.

La facciata e il campanile conservano l’assetto originario sia pur con qualche trasformazione: il portale, decorato da successioni di cornucopie, denti di sega e intrecci viminei, è ridotto in altezza, essendo spezzato e mancante dell’architrave lapideo originario.  Alcune finestre della splendida torre campanaria sono state chiuse con muratura, sempre per il pericolo di rovina. È inevitabile sottolineare la complessa tessitura muraria in cui l’alternanza dei blocchi perlacei di arenaria al rosso vivo dei mattoni crea dei preziosi ricami giostrati con maestria nelle  fasce a scacchi e nelle fasce di archetti pensili delle cornici marcapiano. I maestri lapicidi che lavorarono a San Nazario erano abilissimi soprattutto nella bicromia, più rarefatti gli interventi scultorei veri e propri: i capitelli a stampella delle bifore, le ghiere delle monofore. Nella chiesa tuttavia non mancano splendide fasce ad intrecci di vimini, a palmette con o senza girali, di probabile derivazione transalpina.

L’interno, ad aula unica, è prettamente ottocentesco e conserva un altare maggiore in muratura con decorazioni a finto marmo.

Nel 1982 e nel 2000 importanti restauri interessarono soprattutto le fondazioni del campanile, i paramenti esterni e l’interno.

Bibliografia&Sitografia

PITTARELLO L. (a cura di), Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, Torino -Asti, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Piemonte – Provincia di Asti, 1984 (ed. 1998), pp. 1119-125.

GALVAN C., Chiesa dei S.S. Nazario e Celso Montechiaro d’Asti, in a cura di, Osservatorio del Paesaggio, “Il paesaggio del romanico astigiano”, CRASTI, 2006, pp. 150-157.

www.romanicomonferrato.it

chiesa di santa maria di pisenzana

L’antica chiesa plebana Santa Maria Assunta, isolata su una collinetta di mezza costa, a un chilometro dal centro di Montechiaro, risulta già citata in un documento del 905, in cui il Papa Sergio III ne confermava la donazione, comprese tutte le chiese che erano sotto la sua giurisdizione, al capitolo della Cattedrale di Asti.

A cavallo dell’anno Mille l’espansione territoriale della pieve di Pisenzana raggiunse il culmine nell’intorno della valle Versa e della Val Rilate avendo il possesso delle chiese di San Michele, posta nelle immediate vicinanze, Cunico, San Martino di Ponengo, Cinaglio, Casasco, San Giorgio «de Cruce» (Soglio), Cortandone, San Bartolomeo di Rivocrosio (Camerano), Maretto, Viale, Piea, Cortazzone, Malesco (?), Crozarino (Cortanze?) e dei luoghi poi scomparsi Gobione e Albareto. Solo a seguito alla fondazione nel 1200 della villanova di Montechiaro perse molta della sua importanza, l’abitato circostante venne abbandonato per confluire nel nuovo villaggio e, anche se mantenne a lungo la dignità plebana e la sede battesimale, venne presto utilizzata solo più come cimitero. Nel 1662 perse definitivamente i suoi diritti parrocchiali, a favore di Santa Caterina, e fu ridotta a cappella campestre per decisione del vescovo Roero.

L’edificio, giunto a noi dopo più di mille anni, è il frutto di numerose decadenze e ricostruzioni, di cui l’ultima ascrivibile all’inizio dell’Ottocento, in forme decisamente ridotte rispetto alla potente pieve originaria, allorchè venne realizzata la piccola aula utilizzando blocchi di arenaria di recupero dalla chiesa originaria, mattoni, frammenti, mantenendo secondo la visita pastorale (1838) del vescovo monsignor Michele Amatore Lobetti “il coro antichissimo”, vale a dire l’abside semicircolare. All’esterno questa risulta scandita in quattro campiture da sottili lesene, interamente realizzate in cotto, come gli archetti a sesto acuto su mensole figurate che sostengono una elegante fascia decorativa a piccoli rombi, sempre fittili. Le lesene sono completamente disgiunte dagli archetti perdendo qualunque senso architettonico (in origine reggevano i fornici con cui il livello del muro esterno si alzava a sostegno dell’imposta del tetto, dove il catino absidale semisferico avrebbe altresì reso impossibile l’appoggio delle travi lignee), e significando un rispetto formale inconsapevole dell’effettiva funzionalità. Siamo quindi distanti alcuni secoli dalla sua fondazione e dalle chiese del romanico del Monferrato, l’abside venne completamente ricostruita, probabilmente in pieno Quattrocento. Anche all’interno, nel catino absidale, i tratti di sinopia (schema preliminare alla composizione figurativa del dipinto) visibili riportano ad una datazione riferibile al XV secolo.

In facciata il portale “gotico”, affiancato da due finestrelle simili, è attribuibile ai copiosi restauri risalenti al 1954.

Bibliografia&Sitografia

PITTARELLO L. (a cura di), Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, Torino -Asti, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Piemonte – Provincia di Asti, 1984 (ed. 1998), pp. 126-128

GALVAN C., Santa Maria di Pisenzana Montechiaro d’Asti, in a cura di, Osservatorio del Paesaggio, “Il paesaggio del romanico astigiano”, CRASTI, 2006, pp. 144-147.

TOSCO C., Le chiese nel paesaggio storico dell’astigiano, in CROCE V., Tra gotico e Neogotico. Le chiese parrocchiali astigiane, CRASTI, 2012, pp. 16-17.

www.romanicomonferrato.it

Informazioni

Sito del comune: 

www.comune.montechiarodasti.at.it